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Essere (stato) insegnante negli anni di don Milani

 
Nei cinquant’anni trascorsi dalla morte di don Milani e dalla pubblicazione della sua “Lettera a una professoressa”, del priore di Barbiana e del suo metodo educativo si è dibattuto e scritto moltissimo. Non si è invece parlato di chi, in quegli anni, era o diventava insegnante «giovane», portando dentro di sé l’ispirazione e lo spirito “milaniano”. Ci racconta un’esperienza di questo tipo Giancarlo Onger, che approdava all’insegnamento proprio in quei formidabili anni. Il suo e altri racconti autobiografici di insegnanti “milaniani” sono raccolti nel libro “Generazione don Milani”.
 

Penso di aver frequentato la prima scuola dedicata a don Milani. Correva l’anno 1970 e le ACLI di Brescia istituirono una scuola serale privata per gli studenti-lavoratori. E decisero, appunto, di dedicarla al Priore di Barbiana, morto appena tre anni prima: lo stesso anno della pubblicazione di Lettera a una professoressa, che io considero un ottimo contributo ai temi della scuola inclusiva. Ma non ci si limitò solo al nome. L’orario non poteva che essere a tempo pieno, adattato al profilo dei frequentanti: tutte le sere, sabato pomeriggio e domenica mattina. Più pieno di così il tempo di frequenza non poteva essere. Proprio come a Barbiana, anche se tra noi non c’erano contadini. Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. (Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1996, p. 12)

Io, apprendista tipografo, arrivai lì dopo aver abbandonato gli studi, portandomi in eredità il primo anno delle magistrali. Mi ero già pentito di non aver studiato a sufficienza e volevo riscattarmi, ma dovevo anche lavorare. La scuola aveva come compito quello di prepararci agli esami per arrivare alla maturità magistrale, almeno la mia sezione. Altre erano orientate verso indirizzi tecnici. Ad essere presi di mira quasi subito furono i metodi. I docenti dovevano tenere conto delle eterogeneità compresenti: di età, di genere, di percorsi di studio, di orari di lavoro, di motivazioni. Venivano poi i contenuti, che però dovevano riferirsi anche ai programmi ministeriali. Alla fine a fare la differenza furono proprio i metodi. A tenere tutto insieme ci pensò lo spirito «donmilaniano» di Lettera a una professoressa, de L’obbedienza non è più una virtù, di Esperienze pastorali. Per i docenti non fu facile trovare gli equilibri e la bilanciatura dell’offerta formativa diversificata, ma con il tempo ci riuscirono. Dovevano affrontare alunni con bisogni educativi speciali, non come si intende oggi, ovviamente, ma perché si misuravano con lo studio dopo una giornata di lavoro. In alcuni casi avevano di fronte alunni della loro stessa età o poco più giovani. Ovviamente la lezione non poteva essere come quella che proponevano agli studenti del mattino. C’era bisogno di semplificare, ma non banalizzare e, soprattutto, motivare all’apprendimento, consapevoli che il raggiungimento degli obiettivi dipendeva molto dagli stili di apprendimento.

Fu anche per loro un’esperienza di vita in un contesto scolastico che li stimolava ad andare oltre la lezione frontale, insufficiente a interessare e motivare gli alunni. E con il tempo si rivelò un’opportunità importante per sperimentare una scuola dove gli alunni della sera potessero essere i protagonisti del loro cammino. A lungo andare la classe cominciò ad essere un crogiuolo di storie tra le più diverse: impiegati, operai, apprendisti, precari, sindacalisti, militanti, cattolici, comunisti… a cui la scuola riuscì a fornire risposte in quanto persone, riconoscendo loro lo statuto di unicità. Storie che spesso fornivano il pretesto al docente per incominciare e/o per innervare la lezione. I lavori di gruppo, le discussioni, i confronti diventarono lo sfondo integratore dell’agire quotidiano. I risultati delle ricerche finivano per diventare dei manufatti culturali di proprietà collettiva ancora prima che di ogni studente-lavoratore. E piano piano lo spirito del mutuo aiuto, molto caro a don Milani, cominciò ad albergare tra i banchi.

La «Don Milani», come la chiamiamo ancora oggi, fu un’esperienza singolare perché non viveva chiusa nelle aule
, al riparo dal mondo cattivo e sporco. Non si considerava un’enclave di illuminati con le mani pulite, perché non servono a nulla se si tengono in tasca (don Milani). Ha rappresentato la possibilità per molti studenti-lavoratori di sottrarsi all’allora mercato costoso e insipiente dei corsi di recupero. E non fu cosa da poco.

Raggiunsi infine il tanto sospirato diploma che di lì a poco mi sarebbe stato utile per capire se fare il maestro era la mia strada. Nell’anno 1951-1952 non ci fu vera scuola [Scuola serale di San Donato, NdA] perché stetti malato. Quando ripresi la scuola nel 1952-53 avevo ormai superato ogni interiore esitazione: la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era la rovina della classe operaia. Con le buone o con le cattive bisognava dunque che tutti i giovani operai capissero questo contrasto e si schierassero dalla parte giusta. (Esperienze Pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina,1997, p. 128)


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