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Come sfatare gli stereotipi sulla violenza di genere

 
Sulla violenza maschile nei confronti della donna esistono diversi stereotipi, che spesso distorcono la visione del problema o ostacolano la ricerca di possibili soluzioni. Passiamo in rassegna alcuni tra i più diffusi stereotipi sul fenomeno, soffermandoci sul perché della loro infondatezza.
 

Affrontare la violenza di genere vuol dire confrontarsi con stereotipi fortemente radicati che distorcono la visione del problema e la ricerca delle possibili soluzioni. Alcuni di essi sono veri e propri miti da sfatare, altri derivano da letture banalizzanti o da conoscenze incomplete del fenomeno.
Andiamo ad esplorare alcuni tra gli stereotipi più diffusi sulla violenza di genere, soffermandoci sulle ragioni della loro infondatezza o inesattezza.

STEREOTIPO 1: «È un fenomeno che riguarda classi sociali svantaggiate, coppie in difficoltà economica e tradizioni culturali arretrate»
 I dati internazionali mostrano invece che la violenza di genere è un fenomeno trasversale a tutte le culture, le classi sociali, le etnie e le religioni. Secondo la più ampia indagine italiana compiuta dall’Istat sul fenomeno, la violenza maschile colpisce ampiamente le cittadine italiane ed è compiuta prevalentemente da uomini italiani. Non più del 10% degli stupri compiuti da estranei è attribuibile a stranieri.

STEREOTIPO 2: «È un problema di sicurezza pubblica superabile solo con una maggiore prudenza da parte delle donne e pene più severe»
Il senso comune suggerisce che una donna corra un rischio maggiore di subire violenza in luoghi isolati o malfamati e nelle ore serali, ma le statistiche dicono che non è così. In Italia sono compagni, mariti e fidanzati a commettere le violenze più gravi.
Invitare le donne a una maggiore prudenza, oltre a essere una soluzione illusoria, ha come implicazione un’ulteriore limitazione della libertà femminile e sposta il focus della responsabilità sulla vittima. Al contempo, le sole misure repressive o di sicurezza pubblica, nonostante gli alti costi economici, non incidono sulle radici culturali del problema e non prevengono possibili recidive.

STEREOTIPO 3: «Riguarda il rapporto tra i partner e va quindi affrontato con un intervento terapeutico di coppia o un percorso di mediazione familiare»
Gli interventi di consulenza, terapia e mediazione familiare rivolti alla coppia, adeguati e utilissimi in caso di conflitto tra partner, risultano assolutamente sconsigliabili nei casi di violenza di genere. Infatti, in un percorso di coppia, è implicito che entrambi i partner abbiano uguale responsabilità rispetto al problema da risolvere e uguale possibilità di azione in ordine al cambiamento. Inoltre, il processo di mediazione richiede come premessa l’interruzione dei contenziosi giudiziari e ciò, nei casi di violenza domestica, può di fatto impedire concretamente alla vittima di sporgere denuncia e chiedere tutele giuridiche.
Nei casi di riconoscimento precoce degli indicatori della violenza, mediatori, consulenti e terapeuti potranno invece orientare la coppia verso altri servizi e professionisti.

STEREOTIPO 4: «La violenza non ha genere, quindi non è giusto parlare di violenza maschile sulle donne perché ci sono tante donne che maltrattano i propri partner quanti uomini violenti nei confronti delle donne»
Parlare di violenza maschile contro le donne non vuol dire negare che una donna possa avere dei comportamenti violenti nei confronti del proprio partner. I dati internazionali mostrano tuttavia una evidente sproporzione tra i due fenomeni. In Italia negli ultimi due decenni, a fronte di un calo crescente del numero di omicidi volontari, i dati annuali sul femminicidio sono rimasti pressoché costanti. In sintesi: si uccide di meno ma, quando lo si fa, la vittima è con più probabilità una donna e il reato viene compiuto in più del 70% dei casi da qualcuno che diceva di amare la vittima.


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