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Come affrontare i disturbi visuocognitivi in età evolutiva

 
Il linguaggio delle immagini è considerato, soprattutto nella nostra cultura attuale, quello più semplice ed efficace per l’interazione con l’ambiente e per l’apprendimento. Ma non per tutti è così. Esisono bambini che sperimentano, per ragioni diverse, vari tipi di disturbi visuocognitivi. Come è possibile affrontare questo tipo di diturbi? Ecco la proposta di progetto riabilitativo che dovrebbe condurre lo specialista, secondo i suggerimenti di Chiara Gagliardi, esperta in neuropsichiatria infantile, e Luisella Negri, terapista della riabilitazione, entrambe autrici del libro “I disturbi visuocognitivi”.
 

“Vedere” e “fare” sono le basi essenziali dell’interazione con l’ambiente per la sopravvivenza: così «naturali» da essere date quasi per scontate. Pensiamo alle espressioni «ti faccio un disegno» o «guarda la figura».  Si tratta di modi che tutti usiamo per rendere più chiaro quello che vogliamo dire, supportarlo e facilitarne il ricordo.

Ma questo non vale per tutti. Può succedere di incontrare un bambino che non ama giocare a costruire, che evita il disegno, che non colora, o che vedendo un’immagine non la riconosce o ne individua solo alcuni dettagli. Con lui non funzionerà così bene il sistema del «ti faccio un disegno» o «guarda la figura» per sostenere la comunicazione o l’apprendimento. Non capita spesso, ma nemmeno così raramente.

A scuola in molte classi c’è un bambino che per motivi diversi presenta qualche difficoltà percettiva e/o costruttiva, a volte severa. Non sempre la diagnosi è agevole, ma in molti quadri clinici questi disturbi sono stati ben identificati, con correlati neuroanatomici e neurofunzionali definiti. Seppur con diverso grado e con differenti insiemi di sintomi, le difficoltà che tutti questi bambini sperimentano sono varie e possono coinvolgere la memoria, l’uso delle informazioni visive, l’apprendimento, la pianificazione e il controllo in compiti costruttivi, le competenze sociali e la coordinazione motoria fine (che ha grande impatto sulle attività grafiche). Nella letteratura scientifica è ampiamente dimostrato che i disturbi dell’elaborazione visivo-spaziale sono accompagnati da difficoltà nella dimensione sia sociale che cognitiva.

Cosa accomuna questi bambini che spesso hanno quadri clinici (e quindi diagnosi) del tutto diversi? In molte situazioni si tratta di problemi dell’integrazione percettivo-motoria, del processo cioè che permette che le informazioni visive (elaborate nella loro complessità percettiva e spaziale) siano utilizzate in modo efficace per agire (o anche solo immaginare di farlo), con continua verifica percettiva e ri-adattamento per rendere l’azione più efficiente. Sembra semplice, lo facciamo continuamente.

Ma cosa fare se il tutto non funziona bene? Occorrerà costruire un progetto riabilitativo che, partendo dalle conoscenze di neuroscienze, aiuti a individuare modalità efficaci per migliorare le competenze di integrazione percettivo-spaziale e costruttiva in età evolutiva. Un percorso che consenta di progettare interventi terapeutici basati sull’evidenza, individualizzati, flessibili, verificabili e centrati sui bisogni del bambino.

L’obiettivo è ambizioso e il percorso proposto potrà non essere sempre agevole, tuttavia l’individualizzazione del progetto è una fatica che vale la pena sostenere. Lo dice la letteratura mondiale che pone al centro di ogni intervento sanitario i bisogni del paziente (con il modello della patient/family centered care). E se la scelta individualizzata e la guida del terapista sono basate su evidenze scientifiche, con definizione chiara degli obiettivi e possibilità di verificare l’efficacia dell’intervento, avremo sia un vantaggio per il paziente, sia per tutte le figure sanitarie chiamate a partecipare al progetto.


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