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Apprendimento della scrittura: come distinguere tra “difficoltà” e “disturbo”?

 
La scrittura è un’attività molto complessa, il cui apprendimento risulta difficile per un numero significativo di alunni della scuola primaria. Dei molteplici aspetti implicati nel processo di scrittura, esaminiamo quello dell’elaborazione del tratto grafico, cercando di capire come si può distinguere tra una grafia di tipo disfunzionale e una «disgrafia» vera e propria. Ci aiutano in questo Marzia Bizzaro e Lorenzo Caligaris, psicologi, docenti e autori del libro “I processi cognitivi nell’apprendimento”.
 

Imparare a scrivere è un apprendimento complesso in quanto implica la maturazione e l’integrazione di numerose abilità: da quelle motorie a quelle visive, da quelle visuo-spaziali a quelle linguistiche. A queste si devono aggiungere anche uno sviluppo cognitivo adeguato e un ambiente socio-affettivo stimolante, in grado di offrire occasioni di esperienze significative con il mondo della scrittura. La scrittura non è, quindi, un apprendimento spontaneo: al contrario, necessita di un lungo training per essere acquisita.

È stato calcolato che i bambini delle classi prima e seconda della scuola primaria mostrano difficoltà nell’apprendimento della scrittura in percentuali che oscillano dal 5% al 33% in relazione all’età. In un secondo momento, molti di questi bambini riescono a superare questo impasse iniziale, mentre per altri il problema permane.

I bambini che non sviluppano una grafia efficiente sono definiti da alcuni autori come «poor handwriters» (deboli nella scrittura), da altri come «disgrafici». Un’altra distinzione prevede da una parte bambini che presentano diversi «livelli di scrittura», cioè grafie personali che si sviluppano non del tutto conformi in rapporto a una norma grafica considerata di riferimento, e dall’altra parte bambini che evidenziano invece una «scrittura disgrafica». Si tratta in ogni caso di definizioni che rendono ragione delle due possibilità di profilo: difficoltà e disturbo. È importante, infatti, differenziare fra situazioni di difficoltà operativa e di disturbo: le prime possono insorgere già a partire da un livello prescolare e una mancanza di tempestività nell’intervenire sugli atteggiamenti motori fini e posturali non corretti può portare negli anni successivi a una loro codificazione in termini di disturbo (disgrafia). Ad esempio, presa e postura sono dei requisiti che devono essere educati a partire dai tre anni nella scuola dell’infanzia, perché l’intervento precoce deve focalizzarsi sulle caratteristiche del gesto, che deve essere funzionale. Anche a livello scolare è necessario attivare adeguate prassi didattiche che abbiano l’obiettivo di supportare il bambino in questa competenza, altrimenti situazioni di difficoltà possono consolidarsi nel tempo e divenire dei profili di difficoltà stabilizzata e pertanto difficilmente modificabili e facilmente sovrapponibili con le reali condizioni di disturbo.

Le grafie disfunzionali vanno dunque distinte dalla disgrafia, definibile come «deficit di automatizzazione a carico del tratto grafico» (l’aspetto periferico della scrittura). Questa distinzione è possibile solo attraverso  l’utilizzo di strumenti diagnostici. I parametri di valutazione della disgrafia, sono: leggibilità (qualità del tratto grafico), velocità (rapidità nell’esecuzione del tratto grafico) e fluidità (scrittura eseguita con facilità e con il minimo sforzo).


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