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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/4

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/4

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
novembre 2015
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Editoriale
L’Accessibilità è riconducibile all’accesso?

La sezione monografica proposta su questo numero rimanda alle questioni dell’Accessibilità alla formazione superiore e alla cultura, per i giovani adulti con disabilità, attraverso l’impiego delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT): una tematica che oggi si propone ampia e quanto mai densa di risvolti. In un recente libro pubblicato in Francia, il curatore Joël Zaffran (2015) si domanda se l’accessibilità sia risolvibile nel e riconducibile all’accesso: l’interrogativo è intrigante e offre lo spunto per riflettere sul concetto e sulle sue possibili declinazioni.
Nella società dell’informazione e della conoscenza, molto più che in passato, l’impiego delle risorse tecnologiche costituisce per tutti un pilastro fondamentale per favorire la realizzazione di sé e la partecipazione alla vita sociale, per condurre una vita degna; nel caso delle persone con disabilità, il loro apporto si rivela indispensabile e spesso risolutivo. La rapidità dell’evoluzione scientifica e tecnologica — derivante sia dall’inesauribile disponibilità di apparecchiature prima inimmaginabili, sia dalla combinazione di nuovi e vecchi dispositivi — contribuisce a proporre sul mercato strumentazioni e ambienti multimediali che amplificano in modo esponenziale le possibilità di autonomia e di inclusione per le persone vulnerabili. Tanto che il potere prorompente della tecnologia — nel cui ambito ogni frontiera viene valicata rapidamente, favorendo un senso di onnipotenza che cresce proporzionalmente all’evolvere dei prodotti — può alimentare l’illusione che ogni limite umano possa essere superato e che si renda possibile, prima o poi, superare anche le barriere della menomazione.
Da un trentennio a questa parte, in particolare, il settore tecnologico ha aperto orizzonti ampiamente innovativi nella direzione della progettazione e della realizzazione di ambienti di per sé accessibili a ogni categoria di persone, quindi universalmente inclusivi. Universal Design, con la variante correlata Design for All (Progettazione Universale), è una filosofia che ha avuto le sue prime applicazioni nell’ambito dell’urbanistica e dell’edilizia ed è stata fatta propria dall’universo della disabilità, che attraverso di esso lancia la sua sfida.
Anche nei settori dell’istruzione e dell’alta formazione ci si vuole confrontare con un modello for all, tendente a valorizzare l’insieme delle espressioni e delle potenzialità di ciascuno e della generalità degli studenti: l’Universal Design for Learning è un frame educativo/formativo basato sulle scienze dell’apprendimento che ha lo scopo di orientare l’allestimento di ambienti di studio modificabili, in grado di accogliere e soddisfare le differenze individuali (Rose, 2002; 2012; Calvani, 2012). Alla base c’è l’idea che il curricolo come impianto organico e unitario rappresenti il punto di partenza: si tratta di renderlo flessibile, in buona parte con il ricorso ai prodotti tecnologici, passando per i principi fondamentali della fornitura di mezzi multipli di rappresentazione, di azione e di espressione, di coinvolgimento/partecipazione attiva.
In questo orizzonte di significati possiamo porci domande sull’evoluzione dei traguardi raggiunti nell’accesso alla formazione universitaria e alla cultura da parte degli studenti con disabilità, così come sulle sfide che si prospettano per il futuro. A questi interrogativi possiamo rispondere in modi diversi, secondo i livelli di declinazione del concetto di accessibilità.
Sposando il punto di vista di Zaffran, una prima, autorevole risposta si ancora alla definizione di Progettazione Universale proposta dall’ONU nella Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (2006), intesa come «la progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate», ma senza escludere «dispositivi di sostegno per particolari gruppi di persone con disabilità ove siano necessari» (art. 2). Questa interpretazione ha ripreso e completato quella assunta alcuni anni prima dal Consiglio d’Europa (2001), per cui l’Universal Design è una strategia mirante a concepire e a costruire prodotti e ambienti che siano, il più possibile e nella maniera più naturale possibile, accessibili, comprensibili e utilizzabili da tutti, senza dover ricorrere a soluzioni necessitanti di adattamenti speciali. Si tratta dunque, da parte delle istituzioni politiche e universitarie, di identificare una lista di misure/mezzi in grado di rendere accessibile e di migliorare la soglia di accessibilità delle persone con disabilità all’istruzione superiore, tramite l’apparato tecnologico informatico multimediale.
Una seconda possibile risposta, più radicale, apre uno scenario sull’accessibilità a partire dai principi di giustizia all’interno di una società e di un’istituzione accademica, che si concepiscano non tanto come contesti in cui vengono messi a disposizione dispositivi specifici per compensare/correggere le disuguaglianze nell’accesso, ma piuttosto come ambienti in cui gli studenti si possono appropriare di strumenti/dotazioni anche tecnologiche, in funzione dell’orientamento che desiderano dare al loro ben-essere personale. Questa accezione più impegnativa di accessibilità si ispira a un modello di giustizia che associa all’uguaglianza delle condizioni di esperienza l’effettiva libertà di scelta secondo le proprie aspettative e aspirazioni, e che subordina questa libertà alle concrete condizioni di conoscenza, di accesso e di utilizzo di tutti i beni, servizi e diritti fondamentali (Sen, 2011; Zaffran, 2015, p. 17) — a livello istituzionale, organizzativo, professionale.
Una terza ipotetica interpretazione concerne i rapporti interpersonali e le opportunità di collaborazione a livello di gruppo che l’accessibilità alle risorse tecnologico-informatiche rende possibili. Al primato della trasmissione culturale, affidato alla lezione frontale del docente, si vanno sostituendo la pluralità e multimedialità dei canali, attraverso cui singoli individui e gruppi possono realizzare la propria alfabetizzazione culturale e la propria formazione, mediante il collegamento diretto con banche dati, musei, cineteche, biblioteche, documenti di ricerca e studi a livello intercontinentale. Intesi sia come apparati sociali di comunicazione, sia come amplificatori delle possibilità individuali di conoscere ed esperire, i media favoriscono una configurazione evolutiva del soggetto che impara. Oltre a supportare gli interventi didattici tradizionali, hanno espanso il dominio tecnologico verso nuove dimensioni, offrendo stimoli per una didattica universitaria innovativa: ambienti aperti di lavoro per la realizzazione di comunità di pratica e di apprendimento, attività di riflessione metacognitiva individuali e di gruppo, apprendimento a distanza. Le ICT possono fornire il quadro per una nuova epistemologia, in cui la conoscenza è concepita come creazione attiva che scaturisce dal dialogo, dalla riflessione e dall’azione di tutti.
Possiamo convenire che, anche sul piano tecnologico, l’accessibilità non è riconducibile/riducibile a una dimensione esclusivamente «tecnica», che considera l’accesso ai prodotti come alfa e omega rispetto al superamento delle disuguaglianze nel diritto allo studio e come pietra d’angolo dell’inclusione sociale. Ne conseguirebbe il misconoscimento del fatto che le disuguaglianze formali sono indissociabili da quelle informali; inoltre si assimilerebbe la funzione dei beni e dei servizi a un fine, là dove rappresentano invece mezzi strategici, attraverso i quali gli studenti universitari con disabilità possono realizzare le proprie aspirazioni allo studio, in vista del lavoro e di una vita indipendente, e possono fruire di percorsi di personalizzazione in rapporto dinamico e collaborativo all’interno del gruppo dei compagni e con i professori, piuttosto che nella loro indifferenza.

Marisa Pavone

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