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L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/3

L'integrazione scolastica e sociale - vol. 2015/3

Rivista pedagogico-giuridica per scuole, servizi, associazioni e famiglie

Numero di rivista
settembre 2015
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Editoriale

Se le parole hanno un significato, dobbiamo scoprire perché, a un certo punto della nostra storia, la parola integrazione, che ci piace e che è nel titolo di questa rivista, ha avuto una parola concorrente: inclusione. Pur con qualche difficoltà — la prima parola ci sembrava indicasse un intreccio, mentre la seconda si accompagnava all’immagine di un martello che picchia su un chiodo… — abbiamo capito che l’inclusione sposta i confini, allargando il senso oltre l’orizzonte ben oltre quello che percepiamo con i nostri soli sensi, la vista e l’udito.
Doise ha indicato nelle dichiarazioni dei diritti universali degli esseri umani non tanto la constatazione che tali diritti siano già affermati e quindi siano immediatamente esigibili, quanto piuttosto che i diritti non hanno confini fissati una volta per tutte. Sono una costruzione sociale in continuo divenire.
Il nostro orizzonte si è ampliato o, se vogliamo, riusciamo ad andare molto oltre il nostro orizzonte, grazie al telefono cellulare.
Dobbiamo imparare a tenere insieme la dimensione locale e quella globale. C’è chi ha coniato la parola glocal.
Veramente le due dimensioni sono già insieme. Ma noi non abbiamo imparato molto. Prendiamo un fatto di cronaca che ha fatto clamore: il bambino nel trolley. Siccome le caratteristiche dei fatti che finiscono in cronaca contengono la deperibilità rapida che unisce il grande impatto emotivo immediato e la cancellazione altrettanto rapida immediatamente dopo, è forse utile ricordare di che cosa si è trattato. Le apparecchiature elettroniche in un aeroporto spagnolo rivelarono che in una valigia (trolley) era stato nascosto, rannicchiato, un bambino di otto anni: Abou, ivoriano, che parla francese e che evidentemente avrebbe voluto crescere in un mondo considerato più ricco di opportunità. Quindi: il lontano ci raggiunge. E ci interroga.
Nei nostri gesti quotidiani il telefono cellulare, o il tablet, ha un ruolo attivo anche indiscreto e invadente. Quanti di noi, utilizzando questi strumenti, si rendono conto che stanno partecipando al traffico di armi, a guerre africane che sono finanziate dal coltan, il nome con cui in Africa viene indicato il minerale indispensabile per il funzionamento del nostro cellulare? Nella regione del fiume Congo questi traffici alimentano guerre indispensabili per garantire grandi guadagni. Che sottraggono risorse alla costruzione della pace, indispensabile per lo sviluppo della prospettiva inclusiva. Che noi possiamo in qualche modo vivere perché altri, magari in Congo, considerano come episodio legato all’elemosina dei ricchi.
E allora, cosa fare? Colpevolizzarci e deprimerci? O reagire? E come? Pensiamo che questa Rivista possa indicare una strada nello sviluppo della prospettiva inclusiva. Che è esigente. Impegna nel dovere di conoscere e di rompere gli stereotipi — anche quelli delle diagnosi. Nel dovere di tenere insieme diritti e doveri: l’affermazione di avere solo diritti trasforma questi in privilegi e semina, pur con le migliori intenzioni, ingiustizia. Nel dovere di trasformare i dibattiti competitivi in controversie costruttive.
Quasi per definizione, le controversie costruttive sarebbero più frequenti nei gruppi cooperativi e i dibattiti in quelli competitivi. I processi cognitivi che hanno luogo durante le controversie costruttive sono illustrati di seguito.
1. Quando degli individui affrontano un problema o una decisione, aderiscono a una conclusione iniziale sulla base di un’informazione incompleta.
2. Quando degli individui presentano a qualcun altro conclusioni e argomenti, si impegnano in una revisione cognitiva […].
3. Quando degli individui si confrontano con conclusioni diverse fondate su informazioni, esperienze e punti di vista altrui […].
4. L’incertezza, il conflitto concettuale o una sorta di squilibrio attivano una curiosità epistemica […].
5. Gli individui, adottando le proprie prospettive cognitive […], giungono a una nuova conclusione. (Doise, 2010, p. 55)
Abbiamo bisogno di conoscere tenendo insieme la dimensione locale e quella globale. Glocal, appunto.
In una trasmissione radiofonica in cui veniva discusso il tema delle migrazioni, una signora veniva accusata di non vedere il pericolo che rappresentano i rifugiati e coloro che raggiungono le nostre coste fuggendo da guerre e miserie. Veniva invitata, un po’ sgarbatamente, a prenderseli in casa, i suoi amati migranti. La signora rispose che la casa è il mondo, e ci abitiamo tutti. Bella risposta. Che riguarda proprio tutti, anche chi ha la sua disabilità.

Andrea Canevaro

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